Il Liceo Marconi al “Treno della Memoria” 2026: un viaggio nel cuore della Shoah

Dal 23 al 27 Marzo 2026, gli studenti del Liceo Marconi Viola Brotini, Francesco Fedeli, Aurora Ianniello, Mirco Lucchesi, Marta Matteoli, Danilo Meaolo, Sofia Pucci, Giulia Santonastaso e Emma Tinghi, accompagnati dal professore Lorenzo Cecchi, hanno preso parte al progetto “Treno della Memoria”, promosso dalla Regione Toscana. Questa iniziativa dal 2002 coinvolge ogni anno una rappresentativa di studenti toscani in un pellegrinaggio laico ai campi di concentramento e sterminio di Auschwitz e Birkenau. Anche quest’anno, insieme ai ragazzi, ad affrontare il viaggio erano presenti anche Andra e Tatiana Bucci, due testimoni superstiti della Shoah. Di seguito, i pensieri e le profonde riflessioni che questa esperienza ha lasciato nella memoria e nella coscienza dei nostri studenti.

Riflessioni

  • Giulia: La visita ad Auschwitz mi ha lasciata profondamente turbata per il forte contrasto tra ciò che quei luoghi rappresentano e l’aspetto che oggi mostrano. Camminare tra i prati verdi e i fiori ascoltando il canto degli uccelli crea una sensazione quasi straniante rispetto agli eventi terribili che lì si sono consumati. Come ci ricordavano la guida e le sorelle Bucci, allora non c’erano prati né fiori, ma fango, freddo e disperazione. È un vero ossimoro, un’antitesi continua tra la bellezza della natura e l’orrore della storia.
  • Emma: Al museo di Auschwitz mi ha colpito profondamente osservare le pareti ricoperte dalle fotografie dei singoli deportati. Ogni volto raccontava una storia e una vita interrotta brutalmente. Nei loro occhi spenti percepivo tutta la sofferenza e un profondo distacco dalla propria esistenza, poiché era stata sottratta loro non solo la libertà, ma persino l’identità. Dietro i numeri e le statistiche ho realizzato che c’erano persone reali, con sogni, paure e speranze.
  • Francesco: Durante la visita a Birkenau, la guida ci ha parlato dei Sonderkommando, i prigionieri costretti a lavorare nelle camere a gas e disprezzati dagli altri perché considerati collaboratori. Questo ci fa capire come in situazioni di vita o di morte la cattiveria umana trionfi su tutto. Il campo agisce come un filtro che separa chi riesce a rimanere umano da chi si lascia svuotare della propria natura. Non dobbiamo condannare chi ha ceduto in simili condizioni, ma elogiare chi è rimasto umano.
  • Sofia: Durante la conferenza con le sorelle Bucci mi ha toccato particolarmente la riflessione su come la vita nel campo abbia influito nei rapporti umani. Nel loro caso, il campo ha stravolto il rapporto con la madre, facendola apparire ai loro occhi come una creatura spaventosa e irriconoscibile di cui avere timore. Il campo annullava i rapporti umani. Dalla mia mente non si cancelleranno mai le parole che la madre ripeteva loro nel disperato tentativo di non far dimenticare loro chi fossero: “Ricordati chi sei, come ti chiami, non dimenticare mai il tuo nome”.
  • Viola: L’entrata nelle camere a gas è stato il momento più atroce e sconvolgente della visita. In quelle stanze si percepiscono ancora la morte e l’angoscia di migliaia di persone senza via di fuga, costrette a una morte lenta. Mi ha provocato un immenso dolore immaginare bambini e anziani schiacciati dalla folla mentre cercavano di salire più in alto per respirare. In mezzo al panico e alla paura, molti genitori abbandonavano persino i propri figli nel tentativo istintivo di salvarsi. Lì ho compreso fino a che punto possa arrivare la crudeltà umana.
  • Aurora: Una delle esperienze più strazianti è stata la visita alla stanza dove sono conservati i capelli dei deportati. È stato sconvolgente comprendere quanto i prigionieri venessero disumanizzati e trasformati in una vera e propria merce. Ho trovato inumano il fatto che trasformassero parti del corpo in oggetti come imbottiture o tessuti per cappotti militari. È sconcertante pensare come il genocidio sia diventato persino oggetto di profitto, superando ogni limite morale ed etico.
  • Mirco: Ho scelto il liceo scientifico per passione verso la matematica e i numeri , eppure sul manuale di storia non riuscivo mai a capire il significato autentico nascosto dietro al numero di 6 milioni di persone uccise. L’ho capito ad Auschwitz qual è il peso di un numero, trovandomi davanti a un’enorme stanza colma dal pavimento al soffitto di paia di scarpe sottratte ai prigionieri. Davanti a quella parete di cuoio così silenziosa, che non è se non una piccolissima parte di un milione, mi sono reso conto che un numero, in fondo, non lo avevo mai capito davvero.
  • Marta: Durante le visite c’era una parola che continuava a tormentarmi: “Come?” Ancora oggi non riesco a trovare una risposta a simili orrori. La parte più straziante è stata ascoltare il destino di madri incinte e bambini, trattati come cavie da laboratorio senza un briciolo di umanità. Non solo le vittime erano ridotte a numeri, ma i nazisti stessi erano diventati spietate macchine di massacro.
  • Danilo: Le parole sono troppo deboli per descrivere ciò a cui abbiamo assistito. Si ambula in silenzio, un silenzio interiore profondo, in un turbinio in cui si riesce a percepire il dolore e l’odio. Entrare nella porta per l’inferno di Birkenau è stato agghiacciante. I reperti di quei milioni di vittime ci hanno riempito la coscienza. Questo viaggio fa aprire gli occhi, riempie il cuore di memorie e sottolinea che ricordare non è reato.

Conclusioni del gruppo

Camminando per quei luoghi di morte abbiamo compreso che dietro a un sistema così crudelmente efficiente si celava una razionalità diabolica che aveva progettato con meticolosa precisione ogni strumento di sofferenza. Eppure le vittime erano persone. E persone erano anche i loro carnefici: uomini “banali”, per usare le parole della Arendt, capaci di costruire quella mostruosa macchina burocratica per una totale assenza di pensiero critico. Obbedivano ed eseguivano perché tutti lo facevano, senza interrogarsi sulle conseguenze dei propri atti.

La Shoah è la dimostrazione più terribile di come l’ignoranza e l’accettazione acritica della propaganda possano dare vita a progetti disumani. Fuori dai campi regnava il silenzio, rotto soltanto da rare, eroiche forme di resistenza che ci ricordano come sia sempre possibile scegliere di difendere la propria umanità.

Oggi non possiamo permetterci di perdere di vista quegli esempi. Affinché certi orrori non si ripetano, dobbiamo custodire quella scintilla di dignità. È questa l’importanza di progetti come il Treno della Memoria, da affidare ai giovani affinché si realizzino le parole delle sorelle Bucci:

«Ricordare è necessario. La memoria è come il gioco del telefono senza fili, ma è a voi giovani che la affidiamo, con la speranza che niente vada perduto.» 

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